Ponti e grandi strutture

Era la denominazione di un corso non obbligatorio della facoltà di Architettura, almeno negli anni ’70…

Non rientra tra gli esami del mio libretto: forse preferivo le lezioni-spettacolo di Bruno Zevi o quelle pionieristiche di paesaggio di Vittoria Ghio Calzolari, con un giovane Fulco Pratesi come assistente.

In effetti, in seguito, nei pochi edifici che ho realizzato mi sono sempre affidato, per le strutture, a un ingegnere. Ma che invidia per chi era in grado, con formule e tabelle, di calcolare forma e dimensione di ardite invenzioni costruttive (e il computer non esisteva ancora).

Si era all’apice della cultura del cemento armato: che ha consentito impensabili voli di fantasia e anche imperdonabili scempi ambientali.

Oggi – dopo il crollo del 14 agosto – siamo chiamati a prendere coscienza del fatto che il cemento armato è tutt’altro che eterno, a differenza della nuda pietra i cui conci costituiscono le architravi di “ponti e grandi strutture” – ad esempio – dell’epoca romana.

Chi si ricorda cos’è o cosa dovrebbe essere il “fascicolo del fabbricato”?  Il “fascicolo dell’opera”? il “piano di manutenzione dell’opera e delle sue parti”? Oggi c’è poi la progettazione BIM, che, applicata integralmente, dovrebbe consentire di avere una totale gestione del ciclo di vita dell’opera dopo la sua costruzione.

Ma anche senza obblighi e regolamenti, la costruzione va intesa come un organismo “vivente”: una buona progettazione, una onesta realizzazione, e una amorevole custodia, gestione, manutenzione; fino al termine naturale della sua vita.

E vale non solo per i ponti ma anche per il minuscolo spogliatoio del nostro campetto di calcio amatoriale.

Nell’immagine in alto: “Ponte di ferro sul Po a Pontelagoscuro” (1912)