Baskin, un campo per tutti.
La rivoluzione silenziosa dello sport inclusivo

La storia di uno sport che non conosce discriminazione: anzi la diversità è motore del gioco. La testimonianza di chi allena e chi gioca in una realtà della provincia milanese.

Campo da baskin outdoor realizzato lo scorso anno a Moruzzo (Udine). Foto SportekTre.

Nel panorama sportivo contemporaneo parlare di inclusione è diventato quasi un automatismo. Si organizzano eventi, si redigono regolamenti, si diffondono campagne di sensibilizzazione, ma raramente un’idea riesce a trasformare in pratica quotidiana ciò che molti proclamano solo in teoria. Il baskin ci riesce. È uno sport che non si limita ad accogliere la diversità: la rende motore del gioco, parte integrante della strategia e fondamento stesso della disciplina.

Il baskin nasce a Cremona all’inizio degli anni Duemila grazie all’intuizione di Antonio Bodini e dell’insegnante di educazione fisica Fausto Capellini, che partirono dalla pallacanestro per creare uno sport capace di includere persone con e senza disabilità. Da una palestra scolastica prende così avvio un movimento che oggi ha un regolamento codificato, riconosciuto dall’Ente Italiano Sport Inclusivi e dal Comitato Italiano Paralimpico.

Il gioco mantiene l’impianto generale del basket, ma lo reinterpreta in funzione dell’inclusione. Ogni giocatore riceve un ruolo numerato da uno a cinque, assegnato in base alle abilità motorie e tecniche; la somma dei ruoli schierati contemporaneamente non può superare i ventitré punti, così da favorire squadre equilibrate e strategicamente miste. I ruoli si marcano “a specchio”, in modo tale che ogni giocatore possa difendere solo sull’avversario che ha il suo stesso ruolo numerico. Questa regola impedisce squilibri fisici o tecnici e garantisce che ogni giocatore si confronti con pari caratteristiche funzionali. Le partite durano quattro tempi da otto minuti e ogni squadra deve presentare almeno dieci atleti, fino a un massimo di quattordici.

Oltre ai due canestri regolamentari posti alle estremità del campo, il baskin utilizza due canestri laterali mobili zavorrati, per garantire maggior sicurezza. Sono canestri di tipo minibasket, più bassi rispetto allo standard, posizionati lungo la linea laterale all’altezza della metà campo, con il tabellone rivolto verso l’interno. La loro funzione è permettere ai giocatori con minore forza o mobilità, tipicamente i ruoli 1 e 2, di concludere verso un bersaglio accessibile, senza dover affrontare distanze o altezze proibitive. Quando necessario, davanti al canestro laterale può essere collocato anche un piano inclinato, utilizzato soprattutto dagli atleti in carrozzina per spingere il pallone verso il tabellone con maggiore controllo.

L’introduzione dei canestri laterali crea due direttrici di gioco distinte: quella verso il canestro regolamentare, gestita dai ruoli con maggiore mobilità (3, 4 e 5), e quella verso i canestri laterali, riservata ai ruoli 1 e 2. L’esistenza di percorsi di gioco diversificati impone nuove strategie: la squadra deve distribuire attenzione e passaggi su più fronti, leggere velocemente le situazioni, dialogare tra ruoli con caratteristiche molto diverse. Inoltre, per tutelare la partecipazione di persone con minore capacità di movimento ed evitare contatti fisici troppo intensi, il regolamento prevede l’introduzione delle aree pivot, zone semicircolari delimitate intorno ai canestri laterali alle quali i ruoli 3, 4 e 5 non possono accedere, se non per consegnare il pallone ai ruoli 1 e 2 (vedi l’immagine di copertina).

Il valore strategico dei ruoli 1 e 2 non dipende da un punteggio speciale, ma dal loro posizionamento e dalla struttura del gioco: i canestri laterali diventano spesso decisivi perché rappresentano un canale parallelo di conclusione, che costringe le difese ad aprirsi e a distribuire le energie su più fronti. In altre parole, il regolamento non “premia” i ruoli pivot con punti aggiuntivi, ma li rende centrali nel sistema tattico. La costruzione dell’azione è, quindi, una continua mediazione tra capacità individuali e visione collettiva. In questa complessità, la cooperazione non è una scelta etica ma una necessità tecnica.

Dal punto di vista impiantistico il baskin rappresenta un modello particolarmente interessante. La disciplina è stata progettata per adattarsi alle strutture esistenti, non per richiedere nuovi impianti, proprio come suggeriscono le linee guida nazionali per l’impiantistica sportiva che puntano da anni su strutture multifunzionali. Il baskin si inserisce perfettamente in questa visione: attrezzature mobili, basso costo di conversione e un forte ritorno sociale. Ed è proprio in questa prospettiva che, negli ultimi mesi, diversi impianti del territorio (come quelli recentemente rinnovati nelle aree di Opera e di Locate di Triulzi) stanno introducendo soluzioni innovative, spesso accompagnate da interventi artistici realizzati in collaborazione con creativi locali, che rendono questi spazi ancora più accoglienti e riconoscibili.

Raccontano giocatori e allenatori

Se da un lato il baskin si fonda su un impianto regolamentare preciso e su una progettazione dello spazio che permette a tutti di partecipare, dall’altro la sua forza emerge soprattutto nelle storie delle squadre che lo praticano. Una delle realtà che meglio raccontano questo intreccio tra impianti, persone e visione inclusiva è la squadra dell’APO SAN CARLO di Peschiera Borromeo.

Questa giovane formazione naviga esattamente in questo equilibrio tra tecnica e socialità. È una delle realtà più recenti del movimento lombardo, nata in un territorio dove il baskin sta crescendo con continuità e dove scuole, oratori e associazioni sportive lavorano insieme per costruire spazi realmente accessibili.

Gli allenatori Paolo Airoli e Roberto Federico (foto a sinistra) raccontano un percorso fatto di entusiasmo e adattamenti: “La nostra squadra è nata nel 2023 e l’anno scorso abbiamo disputato il primo campionato. Noi non abbiamo avuto difficoltà a trovare uno spazio, perché la palestra dell’oratorio era già parte delle attività della polisportiva per cui lavoriamo e la utilizzavamo da anni con le squadre giovanili. È stato naturale inserirci anche il baskin. L’impianto resta funzionale per tutte le altre attività, non cambia praticamente nulla, anche e soprattutto a livello di costi. E poi c’è un aspetto umano che per noi è fondamentale: il baskin è dare per avere. Gli atleti senza disabilità imparano nuovi modi di comunicare e di mettersi al servizio della squadra, mentre chi ha una disabilità impara a giocare, a stare in gruppo, a condividere lo spazio con compagni diversi da sé. È uno scambio continuo, ed è questo che crea la squadra.”

Negli ultimi anni un ruolo decisivo lo stanno avendo soprattutto le scuole, che grazie a programmi dedicati e progetti di educazione inclusiva stanno introducendo il baskin direttamente nelle ore di educazione fisica. “Si sta lavorando molto bene: i ragazzi lo scoprono presto, capiscono che è uno sport vero, con regole e obiettivi, e non un’attività pensata “per gli altri”. Le scuole sono coraggiose, sperimentano, e questo fa la differenza” sottolineano gli allenatori.

Secondo loro, però, questo cambiamento dovrebbe essere accompagnato più da vicino dalle istituzioni: “Le scuole si stanno muovendo molto, ma a livello istituzionale si potrebbe fare di più. Non servono grandi investimenti: basterebbe valorizzare le società che aprono percorsi inclusivi. Il baskin funziona quando trova una comunità che lo accoglie, e le istituzioni possono essere un ponte fondamentale”.

Una delle difficoltà principali resta il coinvolgimento di atleti senza disabilità. “Molti non conoscono il baskin e non sanno cosa aspettarsi”, spiegano gli allenatori. “Ma quando provano, capiscono che non stanno “aiutando qualcuno”: stanno giocando davvero, con ruoli, tattiche, obiettivi”. Su questo punto interviene anche Marco Bonambi, ruolo 5 della squadra, che ha iniziato a giocare perché la sorella Martina (ruolo 2) già faceva parte del gruppo (foto a destra): “Ho iniziato a giocare perché volevo condividere qualcosa con mia sorella Martina. Lei era già nella squadra, e mi piaceva l’idea di vivere la stessa esperienza. Poi ho scoperto che questo sport ti trascina, perché quello che fai ha senso solo insieme agli altri. Ed è per questo che non ho più smesso”.

In effetti, osservando una partita di baskin si comprende subito che l’inclusione non è una dichiarazione di intenti, ma un fatto tecnico: è integrata nel regolamento, nei ruoli, nelle aree protette, nei canestri laterali. “Non si dà un contentino a nessuno”, ribadiscono Airoli e Federico. “Si compete. Si costruiscono strategie. Ogni ruolo è fondamentale e il regolamento si evolve continuamente per rispondere agli atleti e alle loro capacità”.

In ogni canestro segnato c’è qualcosa che va oltre il punteggio. Vale punti, certo, ma vale soprattutto persone. È questa la forza del baskin: uno sport che non solo cambia il modo di giocare, ma invita a ripensare gli impianti, i servizi e gli spazi dello sport stesso, perché ogni campo possa veramente accogliere tutti.

(Le immagini, esclusa la copertina, sono realizzate nella palestra di Peschiera Borromeo).