Banksy: dalla strada… al museo

Considerazioni da una visita alla mostra “A Visual Protest. The Art of Banksy”, al MUDEC di Milano dal 21 novembre 2018 al 14 aprile.

(foto Paolo Poce)

Se c’è modo di distinguere il vandalismo dalla street art, tanto da farci collocare le opere di iconografia murale in quella categoria che una volta veniva definita “arredo urbano”, è certo che qualche contraddizione emerge nella filosofia che ispira gli artisti-writer.

 

Dalla strada…

Messe da parte le situazioni istituzionalizzate, e quindi non solo legali ma addirittura progettate ad hoc (vedi su Tsport i servizi dedicati a Tor Marancia, TS 311, o all’Ortica, TS 321), i muri delle città, specie nei quartieri periferici, sono spesso occasione di espressioni artistiche degne di interesse.

Certamente, però, alle origini del fenomeno c’è uno spirito di ribellione che porta il writer ad agire nella clandestinità, sfidando il divieto di “sporcare” o violando la proprietà per accedere agli spazi più adeguati al proprio estro.

Se prendiamo il caso di Banksy, la sua notorietà – dopo i primi graffiti sui muri di Bristol negli anni ‘90 – è esplosa per la qualità delle immagini e per il loro significato sempre ironico e mordente, ma anche per la sua abilità mediatica allorquando ha scelto di celarsi dietro uno pseudonimo non rivelando la sua vera identità, ed entrando di fatto nel mondo del copyright e del (ricco) mercato, originariamente oggetto della sua stessa invettiva.

 

…al museo

Ed ecco che la contraddizione si svela quando il graffito di protesta creato con lo stencil sui muri di Betlemme nel 2003 si trova oggi riprodotto in “limited edition screenprint” 50×70 presso la Butterfly Art News Collection, e da qui ben esposto nella mostra “A Visual Protest. The Art of Banksy”, al MUDEC di Milano dal 21 novembre 2018 al 14 aprile di quest’anno. Una mostra “non autorizzata” dall’artista, come tutte quelle a lui dedicate prima d’ora, in quanto Banksy continua a difendere il proprio anonimato e la propria indipendenza dal sistema.

Il progetto espositivo, curato da Gianni Mercurio, raccoglie un’ottantina di lavori, per lo più edizioni limitate provenienti da collezioni private, oltre a oggetti e stampe di vario tipo e risorse audiovisive.

Certo che se “dalle teorie situazioniste degli anni ’50 e ‘60 Banksy riprende uno dei suoi assiomi, l’anti-copyright, inteso come lotta contro una forma di proprietà privata”, come si legge nel ricco catalogo, le attenzioni e i divieti di riproduzione che circondano le opere esposte in un museo non fanno che riemergere la contraddizione di cui alle premesse.