Conversazione sul tennis – 4
Il modello Libéma Open: quando l’infrastruttura effimera dialoga con il territorio

In un ciclo di cinque puntate, il tema dell’impianto sportivo in rapporto con la città e con il suo pubblico, analizzato attraverso il tennis, disciplina dalle dinamiche variabili nel tempo che appare oggi in gran forma.

Il polo fieristico Autotron Rosmalen, in Olanda (foto dutchvenueassociation.nl).

Se il caso di Miami incarna la forzatura immobiliare e il Bernabéu l’eccesso volumetrico, il torneo olandese di ‘s-Hertogenbosch rappresenta l’esempio più virtuoso di come l’infrastruttura temporanea possa dialogare con il territorio. Nato negli anni Novanta e consolidatosi come un appuntamento preparatorio imprescindibile in vista di Wimbledon, il Libéma Open, prestigioso evento del circuito ATP 250 su erba naturale, trova la sua casa nell’Autotron Rosmalen. Questo polo fieristico ed ex parco tematico automobilistico non subisce un’estremizzazione che ne stravolge l’identità, ma accoglie la competizione come una temporanea e prestigiosa opportunità di valorizzazione.

In questo contesto, l’infrastruttura tennistica originariamente non esisteva. I campi vengono infatti coltivati e livellati ex novo sui terreni adiacenti ai padiglioni espositivi. Si tratta di una vera e propria sfida di ingegneria agronomica continua, che richiede sistemi di drenaggio indotto e un monitoraggio costante dell’umidità per garantire la perfetta stabilità del rimbalzo su un suolo non sportivo. Il perimetro di gioco viene poi definito da tribune modulari in tubolari d’acciaio che abbracciano l’area senza intaccarla. Il grande merito di questa complessa operazione risiede nella sua totale reversibilità: terminata la settimana di gare, le strutture vengono smontate e il sito restituisce i propri spazi alla normale programmazione fieristica. È una polifunzionalità rispettosa, capace di creare un enorme plusvalore per una località storicamente votata al Business-to-Business, senza lasciare in eredità colate di cemento o cattedrali nel deserto.

Venus Williams al Foro Italico, Maggio 2006 (foto Paolo Bona).

Questo paradigma dove la ferma volontà di accaparrarsi l’evento precede e guida la creazione della location è esattamente la bussola che orienta le attuali ambizioni del sistema italiano. Spinto da una crescita senza precedenti dell’intero movimento tennistico nazionale, che ha generato una totale saturazione della domanda infrastrutturale, l’Italia punta a inserire in calendario un torneo ATP 250 su erba entro il 2028.

Non potendo fare affidamento su una rete storica e capillare di circoli dotati di questa delicata superficie, la soluzione passerà inevitabilmente dall’adozione del modello olandese: assicurarsi prima la licenza commerciale e, solo successivamente, individuare un’area (presumibilmente nel Nord Italia) dove allestire l’infrastruttura effimera. Si prospetta un esercizio di adattabilità logistica e agronomica sicuramente arduo, ma non inedito per il nostro Paese, che ha già testato la propria vocazione per la complessa gestione dei manti erbosi grazie al Veneto Open, torneo del circuito WTA Challenger ospitato con successo sui prati del Tennis Club Gaiba dal 2021 al 2024. Un segnale inequivocabile di come, anche in Italia, le nuove frontiere dell’organizzazione sportiva non rincorrano più la tradizione statica dei circoli, ma la più moderna versatilità ingegneristica.

Vai alle altre puntate:

1 – Il tennis fuori dal circolo: tra l’ossessione del mercato e il dialogo urbano 

2 – Il caso Miami: la rinuncia all’arena perfetta e l’estremizzazione dell’Hard Rock Stadium 

3- Estremismo infrastrutturale vs. Integrazione urbana: il dualismo tra Bernabéu e Piazza del Popolo

5 – L’anomalia urbana e il paradigma dello stimolo: il tennis come strumento di rigenerazione