Cani, verde e marciapiedi

L’argomento si questo “Speciale” è stato trattato da Bruno Grillini, architetto, e da Giovanni Bucci, medico veterinario, in una serata organizzata a Trento il 22 maggio scorso dall’Associazione DogBliss, con il patrocinio del Lions International sezione di Trento, dell’Ordine dei Medici Veterinari della Provincia di Trento e del Comune di Trento, e coordinata da Monika Mann.

Nella foto di apertura, “Het Zinneke”, la scultura in bronzo di Tom Frantzen (1998), posta all’incrocio tra Kartuizersstraat e Oude Graanmarkt a Bruxelles.

Tutte le foto del servizio, dove non diversamente indicato, sono di BG per Sport&impianti.

Nella manualistica riguardante la progettazione del verde, e del verde urbano in particolare, il fruitore per eccellenza – oggetto dell’analisi di esigenze e criticità – è sempre l’uomo, oppure, per una visione di stampo più modernamente ecologista, la flora e la fauna quali elementi portatori di biodiversità.

Grande assente è invece l’animale domestico, che non è cittadino e non è fauna selvatica.

Con l’aumento della diffusione degli animali da compagnia nelle famiglie italiane, la convivenza tra le esigenze dell’uomo quale singolo fruitore del verde o del marciapiede, e quelle del suo compagno a quattro zampe, tende però a diventare un problema.

Un problema di due tipi: igienico e di sicurezza.

 

Le norme

Se andiamo subito a vedere quali leggi, norme o regolamenti fanno riferimento al mondo degli animali, troviamo innanzitutto uno scarso interesse almeno fino agli anni ’70 del secolo scorso. A parte il Codice Penale (quattro articoli che riguardano: maltrattamento, rumori molesti, omessa custodia, abbandono) e il Codice Civile (art. 2052: il proprietario di un animale è responsabile dei danni cagionati dall’animale…) in Italia dobbiamo andare alla Legge 281/1991 «Legge quadro in materia  di animali da affezione e lotta al randagismo», mentre se allarghiamo lo sguardo a scala globale possiamo individuare nel 1978 la “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale”, presentata a Bruxelles dalla Lega internazionale dei diritti dell’animale e sottoscritta da personalità del mondo filosofico, giuridico e scientifico, quindi proclamata a Parigi presso l’UNESCO il 15 ottobre 1978.

Ma le numerose leggi, decreti, ordinanze ministeriali, leggi regionali che si occupano di animali lo fanno in prevalenza o per prevenirne il maltrattamento o per motivi di sicurezza sanitaria (in difesa dell’uomo).

Bisogna arrivare alla scala dei regolamenti comunali per cominciare a vedere delle norme – di poche righe – che si preoccupino del più tangibile fra i problemi di convivenza, quello delle quotidiane deiezioni canine.

Ecco quindi, a partire dagli ultimi decenni del secolo scorso, le prime campagne di sensibilizzazione verso i padroni dei cani riguardo alla necessità di “non sporcare”, e parallelamente la nascita delle cosiddette “aree cani” per difendere il cittadino dall’intemperanza degli animali lasciati senza guinzaglio.

Le esigenze

La soluzione ormai usuale di dividere le aree verdi in settori con fruibilità diversificata, in modo da garantire condizioni di igiene almeno negli spazi solitamente frequentati dai bambini costituisce un primo empirico approccio al problema.

Come qualunque problematica progettuale, è necessario anche qui acquisire tutte le informazioni utili a comprendere le esigenze del fruitore: quindi i dati di natura eto-fisiologica che permettano di caratterizzare e dimensionare gli spazi destinati al passeggio e allo sgambamento dei cani: le conseguenze prime del libero accesso del cane agli spazi pubblici sono i possibili episodi di aggressione tra individui di taglie diverse o anche nei confronti di adulti e bambini; nonché il rilascio di deiezioni (si veda a proposito l’intervento del dottor Giovanni Bucci più avanti).

 

L’urbanistica delle città

Abitare in campagna o in prossimità di ampi spazi verdi naturali riduce quasi a zero il problema di convivenza tra cani e cittadini.

Ma se prendiamo a riferimento i nostri centri storici, costituiti da un tessuto fitto di edifici e percorsi pavimentati, dobbiamo ammettere che le esigenze del cane sono pressoché incompatibili con l’igiene pura e semplice dei luoghi. Chi abita in centro non farà mai in tempo a raggiungere un’area idonea prima che il proprio animale esplichi le sue naturali esigenze fisiologiche.

I nuovi quartieri sono oggi “obbligati” a nascere dotati di aree verdi. Questo non significa che il cane sia autorizzato a sporcare i prati o a mordere liberamente i suoi simili o i bambini che frequentano gli stessi luoghi: nei parchi ben tenuti e in cui la pulizia è costante, l’educazione dei proprietari fa sì che non si verifichino aggressioni (i cani sono al guinzaglio o sono lontani dalle aree giochi) e che non vi siano deiezioni sui prati e sui percorsi (i padroni sono dotati degli appositi sacchettini, i contenitori sono diffusi e vengono svuotati periodicamente). Per sgambare senza guinzaglio, se non ci sono vasti prati liberi, si ricorre alle “aree cani” recintate.

Ma se il parco è maltenuto, il marciapiede è sconnesso, e i cestini non vengono svuotati, lo spirito di imitazione fa presto a prendere il sopravvento: il proprietario tenderà a non darsi più la pena di raccogliere la deiezione del suo cane, e il degrado avanzerà inarrestabile.

Purtroppo – a parte l’educazione dei cittadini – la manutenzione del verde pubblico deve fare i conti con i budget delle pubbliche amministrazioni: il verde che deve obbligatoriamente nascere accanto alle nuove lottizzazioni edilizie sarà mantenuto dall’operatore per un breve tempo come da convenzione: quando passa alla mano pubblica, le modalità e le tempistiche di pulizia e manutenzione andranno spesso a ridursi per motivi economici.

 

Il progetto dell’area cani

A un estremo, dunque, c’è il marciapiede urbano, dove l’imprescindibile necessità canina deve essere affiancata dal senso civico del padrone che si deve sbarazzare della eventuale deiezione; e non sarebbe male se provvedesse anche a sciacquar con una bottiglietta d’acqua le chiazze di urina.

Al lato opposto, ci sono grandi parchi, come il Parco Nord Milano, che offrono spazi così ampi e variegati da non dover imporre limitazioni se non il rispetto delle zone – mai recintate – in cui il cane può correre liberamente in alternativa a quelle dedicate al passeggio e nelle quali deve essere tenuto al guinzaglio.

In tutti gli altri casi, è ormai diffusa, come già accennato, la creazione delle cosiddette “aree cani” all’interno dei parchi urbani o, eventualmente, come aree autonome nella città.

La progettazione, in genere, non presenta molta fantasia. L’obiettivo è recintare uno spazio (spesso inferiore a 2000 metri quadrati), con lo scopo principale di mettere in sicurezza gli altri fruitori del parco; eventualmente, si prevede la suddivisione in due zone per cani di taglia più grande e più piccola; un breve tratto pavimentato all’ingresso, per tutelare le scarpe del padrone, e una o due panchine.

L’aspetto igienico, ove è considerato, prevede la presenza di cestini portarifiuti e un classico distributore di sacchetti.

Sfruttando alcuni dei principi etologici relativi alle modalità di rilascio dei bisogni fisiologici, viene spesso prevista una sabbiera, di circa 20 metri quadrati, dotata di uno o più pali di legno alti una settantina di centimetri. La sabbiera deve essere tenuta sotto controllo con la periodica sostituzione dello strato superficiale per evitare la formazione di funghi o parassiti. Naturalmente il sottofondo dovrà esser opportunamente realizzato ai fini di un corretto drenaggio.

Sia chiaro, che questa non è necessariamente la soluzione migliore: tant’è vero che, se in zone della città prive di verde l’area cani è molto sfruttata, nei parchi più grandi questa si rivela un ghetto meno piacevole rispetto agli spazi liberi all’esterno, e risulta alla fine meno frequentata.

Tutto questo, se mette al riparo dall’eventuale aggressività del cane (ma con problemi in caso di affollamento, per la competizione tra individui rinchiusi nello stesso recinto), non risolve il problema igienico dato che il padrone e/o il manutentore dell’area dovrà comunque occuparsi delle deiezioni.

I progetti illustrati in questa gallery sono pubblicati nel web:

 

Attrezzature speciali

Molti ingegni locali hanno tentato di sperimentare delle specifiche “toilette” per cani con la speranza di risolvere il problema del lascito sul marciapiedi.

L’illustrazione, reperibile in rete, di tante piccole iniziative che non risultano essersi mai diffuse fa pensare che le idee proposte non siano ancora pienamente efficaci.

Le cosiddette “pipican” che si vedono soprattutto nella penisola iberica prevedono una costante irrorazione d’acqua sulla superficie, in contraddizione con la cattiva propensione dei cani di “farla” sul bagnato.

Altri congegni più macchinosi, come dei veri wc alla turca non sembrano particolarmente graditi. Sabbiere di diversa dimensione, sia su supporto svuotabile che su aiuola presentano ancora una volta il problema della pulizia costante dello strato.

Al momento dunque, con buona pace degli architetti del verde e degli ingegneri idraulici, non sembra esserci una soluzione vincente, che superi l’educazione e il senso civico dei proprietari dei cani.

Cani e marciapiedi: 4 passi tra fisiologia e comportamento

a cura di Giovanni Bucci

Due parole: cani e marciapiedi e già si profila nella mente un percorso fatto di ostacoli e sorpresine poco gradite. L’urbanizzazione è progredita così velocemente da non lasciare spazio e tempo per studiare adeguate soluzioni alla convivenza fra umani e quel piccolo pezzetto di natura rappresentato dagli animali da compagnia a cui non siamo stati disposi a rinunciare. Possiamo recuperare? Vediamo per iniziare di mettere bene a fuoco il problema.

Il punto di vista del cane

Con il termine feci o escrementi si indica ciò che viene emesso dagli esseri viventi del regno animale nella fase finale del ciclo di alimentazione (scarto del processo digestivo). Le urine sono invece il prodotto finale della escrezione del rene attraverso il quale vengono eliminati dall’organismo i prodotti metabolici (scorie) presenti nel sangue.

Per il cane defecazione e minzione sono atti volontari con precise limitazioni di spazio e tempo legate all’età ed allo stato di salute e caratterizzati da due valenze importanti: fisiologica (necessità) e comunicativa/sociale (marcature). La maggior parte dei cani, quando può, elimina frequentemente non per necessità ma perché nel comportamento eliminatorio sono insite anche molte valenze sociali e comunicative. Se escludiamo i cuccioli che ancora devono apprendere le regole sociali alla base di questi comportamenti, i soggetti adulti in situazione di non urgenza, defecano ed urinano sempre con l’intenzione di marcare il territorio.

Cosa comunica il cane? Purtroppo, a noi umani mancano gli organi preposti alla lettura delle marcature canine e pertanto non potremo mai sapere con assoluta certezza l’effettivo impatto di questa forma di comunicazione del cane. Sappiamo con certezza che da una marcatura il cane apprende se l’altro cane è maschio o femmina, l’età e lo stato sociale, lo stato fisiologico, eventuali situazioni di malattia, la composizione del cibo assunto, ecc. ecc. Considerando solo l’olfatto, la scienza ci dice che il cane percepisce gli odori dalle 15.000 alle 18.000 volte meglio di noi. Sono numeri difficili da comprendere ma che ci aiutano a capire quanto è limitato il nostro naso rispetto al loro.

Cosa utilizza il cane per marcare? Le marcature vengono effettuate con l’urina, le feci, e con il secreto di ghiandole situate in varie parti del corpo, come ad esempio le ghiandole perianali o quelle interdigitali. L’urina è senza dubbio il mezzo più utilizzato e che consente al cane di veicolare il maggior numero di informazioni. Seguono le feci che a fronte di minori informazioni garantiscono un “messaggio” più resistente nel tempo.

Come marca il territorio? Non ci sono regole generali fisse. Le basi comportamentali innate vengono modificate da comportamenti appresi dal cucciolo per imitazione degli adulti e per influenze ambientali.

Urina: maschi e femmine adulti si comportano in modo diverso; il maschio alza una delle zampe posteriori e spesso anche una parte del corpo e poi spruzza l’urina sulla superficie da marcare. Più le marcature vengono fatte in alto, più è facile che vengano recepite velocemente e in maniera più chiara. Questo comportamento si mantiene in genere anche dopo la castrazione e solo i cani maschi castrati prepuberi a volte si comportano come le femmine anche da adulti. La femmina invece si accuccia e mantiene le modalità tipiche del cucciolo.

Feci: vengono depositate sul terreno senza coprirle; i maschi sicuri di sé in genere defecano in posizioni bene in vista e a volte anche su superfici rialzate; le femmine e i soggetti insicuri e di taglia piccola in genere in posti più appartati.

Molti cani non defecano in un’unica evacuazione (defecazione disseminata in più punti). Sia minzione che defecazione possono essere seguiti dal raspamento del terreno: in questo modo vengono aggiunte informazioni legate ai feromoni delle ghiandole interdigitali ed il messaggio viene distribuito su una superficie più ampia (il cane afferma la sua presenza e il suo rango).

Quando marca il territorio? Abbiamo già visto che le necessità fisiologiche e comunicative si sovrappongono. Se analizziamo la semplice necessità di evacuare vi sono molti fattori che entrano in gioco. Causano un aumento della necessità di evacuare: alcune caratteristiche individuali, il tipo di alimentazione, la gravidanza, molte patologie, ecc. Causano invece una diminuzione della necessità di evacuare: stitichezza, il freddo, le paure e fobie, ecc.

Vi sono anche numerosi fattori che influiscono sulla frequenza delle marcature. Causano un aumento: il calore o la presenza di femmine in calore, le variazioni della composizione del nucleo familiare, gli stati ansiosi, la presenza di animali estranei, i traslochi o la frequentazione di luoghi estranei, la presenza di marcature altrui.

 

Dove marca il cane? Il cane marca più volentieri con urina le superfici ruvide e che si impregnano facilmente o che per le loro caratteristiche trattengono di più gli odori. Per le marcature urinarie il cane predilige le superfici verticali e gli alberi ed è attratto da legno, muri, gomma e, se maschio, da substrati verticali già marcati da altri cani maschi. I punti preferiti sono angoli (muri, stipiti, ecc.), sporgenze e pali, perché il messaggio olfattivo si disperde più facilmente e in più direzioni. I cani femmina urinano più frequentemente su substrati orizzontali (prato, terra, cemento, ecc.) e alla base delle marcature dei maschi.

Riguardo le marcature fecali i cani maschi sicuri di sé prediligono zone bene in vista e i punti dove hanno defecato altri cani ed in genere raspano il terreno spargendo le feci; i cani maschi insicuri e le femmine spesso preferiscono luoghi un po’ appartati.

Un importante punto di attrazione sono anche le superfici trattate con detersivi o sostanze in grado di fissare i messaggi ferormonali o che ricordano l’urina (prodotti con cloro o NH4), e le superfici “vergini” o accuratamente pulite con sostanze profumate o in grado di asportare i feromoni.

Per nostra fortuna ci sono anche fattori che diminuiscono il desiderio del cane di marcare.
Il cane per istinto non marca dove dorme e (meno) dove mangia; non marca sull’acqua in quanto l’acqua non è in grado di trattenere i messaggi olfattivi. Proprio per questo motivo il cane non marca volentieri le superfici di colore verde azzurro o che ricordano l’acqua o che sembrano bagnate. Lo stesso motivo sarebbe alla base anche dell’utilizzo (a dire il vero poco proficuo…) delle bottiglie di plastica azzurre piene d’acqua posizionate negli androni e negli orti a scopo dissuasivo. Il cane evita di marcare anche quando si trova su grate o passaggi che permettono di vedere attraverso; in questo caso vi sarebbe una componente legata al timore ed una legata all’incapacità di questi substrati di mantenere urine e feci.
I cani non marcano anche le superfici con forti odori penetranti e in particolare se di tipo alcoolico. Gli odori che sembrano più dissuasivi sono quelli degli agrumi e della menta ed è per questo che la maggior parte dei dissuasivi in commercio sono a base di queste essenze.
E’ importante evidenziare che la preferenza di substrato non è un’acquisizione definitiva e un idoneo percorso educativo può ri-orientare la preferenza di substrato ed ampliarla. I percorsi educativi per la preferenza di substrato richiedono tempo e pazienza ma i cani apprendono velocemente quali sono i substrati vietati (non dimenticando che l’urgenza supera sempre il divieto!).

Il punto di vista del proprietario e del cittadino

Per il proprietario, feci e urine sono un “male necessario” con però alcuni risvolti positivi importanti: primo fra tutti il fatto che feci e urine costituiscono un importante indicatore dello stato di salute del loro cane e proprio per questo i proprietari attenti controllano sempre defecazione e minzione per valutare e raccogliere dei campioni all’occorrenza.
L’inevitabile passeggiata plurigiornaliera è poi un’ottima scusa e motivazione per un po’ di chiacchiere e di esercizio fisico.

Per il cittadino che NON ha un cane e cammina sul marciapiede, le esigenze fisiologiche dei cani altrui rappresentano tutto o quasi il male possibile. Ci sono però degli ottimi motivi per essere amici dei cani e dei loro proprietari; il principale sta nel fatto che i quartieri con cani registrano un tasso delinquenziale minore legato alla presenza stessa dei cani ma anche alla maggior presenza di persone per strada anche ad ore “non canoniche”.

Il punto di vista delle amministrazioni

Feci e urine dei cani non possono essere considerati solo un problema di educazione e pulizia. Le amministrazioni si trovano a dover fare i conti con due aspetti importanti: salute pubblica e regolamentazione.

Le feci dei cani possono infatti veicolare malattie che possono colpire l’uomo (zoonosi) e anche altri animali. Il contagio umano è un evento raro perché richiede un contatto orofecale (mani, cibo, acqua), ma è un’evenienza che deve essere considerata. Le feci del cane, poi, come quelle di tutti gli altri animali sono un vero e proprio “rifiuto” che deve essere smaltito e trattato in modo adeguato.

Per quanto riguarda la regolamentazione attualmente l’unica strada intrapresa nel tentativo di salvare cani e marciapiedi consiste in divieti e sanzioni che sono costruiti al servizio delle soluzioni messe in pratica.

Soluzione 1: divieto generalizzato e responsabilità unica di raccolta e pulizia a carico del proprietario / accompagnatore; multe per i trasgressori.

Soluzione 2: zone consentite e zone con divieto; dove non è espressamente vietato il cane può urinare o defecare; il proprietario è tenuto alla raccolta e pulizia. Alcune amministrazioni propongono corsi di galateo urbano, facoltativi ed eventualmente obbligatori per i recidivi.

Soluzione 3: zone consentite e zone vietate; nessun obbligo di raccolta per il proprietario; corsi gratuiti per educazione ad una corretta evacuazione. Il proprietario prima dell’adozione deve frequentare un corso in cui viene istruito sulle regole. Quando adotta deve frequentare con il cane un corso per educare alla corretta evacuazione.
La pulizia delle zone consentite spetta all’amministrazione con personale specializzato (ciò garantisce maggior igiene). Eventuale segnalazione obbligatoria delle evacuazioni rilasciate, e multe se il cane sporca in zone non consentite.

Ognuna di queste soluzioni ha evidenti pregi e molti difetti e tanta strada è ancora da percorrere. Un primo passo dovrebbe essere quello di abbandonare la logica basata su divieti e punizioni e nel provare a cambiare il modo di affrontare il problema: in democrazia leggi, norme e regolamenti devono svilupparsi a favore della maggioranza e, statistiche alla mano, i proprietari di animali sono circa il 78% della popolazione.

Le campagne educative dovrebbero poi essere progettate in modo adeguato e aderente alle caratteristiche del tessuto urbano. Devono essere identificati chiaramente i destinatari, le tempistiche e i contenuti.

Un corso educativo dovrebbe essere esaustivo almeno su questi punti principali:

– le “regole” del territorio;

– come si effettua la raccolta e la pulizia (uso corretto della paletta e del sacchetto);

– come si educa e si orienta al substrato;

– a chi rivolgersi in caso di problemi.

Affinché le campagne educative abbiano successo è poi estremamente importante che siano previsti benefit ed incentivi per i proprietari che si comportano correttamente e che l’accesso ai corsi sia facile ed economico.