Tokyo tra sport e rigenerazione: il futuro del Meiji Jingu Stadium

A inizio estate 2025, una lettera aperta firmata da centinaia di esperti, urbanisti, architetti e cittadini, ha riacceso il dibattito pubblico intorno a uno dei progetti di riqualificazione urbana più ambiziosi e controversi del Giappone contemporaneo: l’intervento sull’area del parco Jingu Gaien, cuore verde e sportivo della capitale.

Pubblicazione cartacea su: Tsport 366
Tokyo, il Meiji Jingu Stadium (foto Arne Mueseler)

Il distretto di Jingu Gaien, a Tokyo, ospita un impianto sportivo di straordinario valore simbolico e culturale: il Meiji Jingu Stadium. Inaugurato nel 1926 dopo una costruzione rapidissima, è il secondo stadio di baseball più antico del Giappone e sin dall’inizio è stato un punto di riferimento per la Tokyo Big6 Baseball League e per la Tohto University Baseball League. Negli anni ha visto passare momenti memorabili, come la storica tournée del 1934 che portò a Tokyo Babe Ruth – la più grande icona del baseball americano – insieme al suo compagno di squadra Lou Gehrig e a Jimmie Foxx, altro fuoriclasse dell’epoca. Un evento eccezionale, che rende il Meiji Jingu uno dei pochi stadi ancora esistenti ad aver ospitato leggende di quel calibro.

Il piano approvato nel 2023 ne prevede la demolizione e ricostruzione completa in una diversa posizione, insieme alla realizzazione di un nuovo complesso urbano che includerà torri commerciali, hotel e nuove aree verdi e pedonali, per una superficie complessiva di quasi 28 ettari. Il progetto, del valore stimato di circa 349 miliardi di yen (circa 2,2 miliardi di euro), è gestito da un consorzio privato composto dal santuario Meiji Jingu, dal colosso immobiliare Mitsui Fudosan, dal Japan Sports Council e da Itochu Corporation. La conclusione dei lavori è prevista per il 2036.

La proposta, che non prevede l’utilizzo di fondi pubblici, mira a creare un nuovo polo sportivo e multifunzionale che risponda agli standard internazionali con strutture moderne, accessibili e più integrate nel tessuto urbano. In parallelo, l’area sarà arricchita da nuovi servizi, alberature aggiuntive, percorsi ciclo-pedonali e zone commerciali. Il verde urbano, secondo i dati ufficiali dichiarati dai promotori, aumenterà così dal 25 al 30% e il numero complessivo di alberi dovrebbe passare da circa 1.900 a oltre 2.300.

Tuttavia, fin dalle prime fasi, il progetto ha incontrato un’opposizione crescente. Già nel 2023 diverse associazioni civiche e ambientali avevano organizzato manifestazioni pubbliche per chiedere maggiore trasparenza nel processo decisionale e per denunciare l’impatto che l’intervento avrebbe avuto sul patrimonio arboreo e culturale della zona. Emblematico il caso di Miho Nakashima, attivista che si presentò dipinta da albero ai piedi dei celebri filari di ginkgo biloba, piante ornamentali di origine asiatica note per la loro longevità e per la caratteristica colorazione dorata, con lo scopo di denunciare il rischio di abbattimenti o danneggiamenti. Seguì, a settembre, una catena umana formata da centinaia di persone davanti al Ministero dell’Istruzione e della Cultura, con richieste formali di sospensione dei lavori e nuove valutazioni ambientali indipendenti.

A livello istituzionale, le critiche più forti sono arrivate dall’ICOMOS, l’organismo internazionale consulente dell’UNESCO per il patrimonio culturale, che ha definito il piano come una minaccia concreta alla conservazione del paesaggio urbano storico di Tokyo. La cosiddetta “Heritage Alert”, un avviso ufficiale con cui l’ICOMOS segnala situazioni di particolare rischio per siti o beni culturali di rilevanza mondiale, ha sollecitato una pausa immediata del progetto, raccomandando il coinvolgimento di esperti terzi per un’analisi più rigorosa degli impatti ambientali e culturali.

Anche l’Ordine degli Avvocati giapponese è intervenuto nel dibattito, criticando la superficialità della valutazione ambientale iniziale e chiedendo che venissero garantiti criteri scientifici, partecipazione pubblica e indipendenza nel processo decisionale. A queste voci si sono aggiunti intellettuali, musicisti, architetti e semplici cittadini, uniti nella richiesta di maggiore attenzione al patrimonio collettivo e ai beni comuni.

Nel 2025, la pubblicazione della lettera aperta da parte di oltre 300 esperti e più di 1.000 firmatari ha rimesso la questione al centro del dibattito pubblico, ma i lavori – seppure a rilento – sono proseguiti. Le autorità locali hanno sostenuto di aver accolto parte delle osservazioni, rivedendo la pianificazione paesaggistica e riducendo l’abbattimento di alberi, oltre a prevedere monitoraggi regolari dello stato di salute delle piante, in particolare dei ginkgo, alberi secolari che rappresentano un simbolo culturale profondamente radicato nell’immaginario urbano di Tokyo.

Certo non è solo la conservazione dei filari di ginkgo che può attenuare l’impatto prevedibile dei grattacieli che incomberanno a pochi metri dal nuovo stadio, come si vede nei planivolumetrici di progetto.

Dal punto di vista sportivo e infrastrutturale, il piano risponde peraltro a esigenze reali. Lo stadio versa in condizioni critiche per quanto riguarda accessibilità, sicurezza, efficienza energetica e servizi. Il Meiji Jingu Stadium, per quanto storicamente affascinante, non è più compatibile con i requisiti richiesti per ospitare competizioni internazionali, né per l’esperienza moderna degli spettatori. La realizzazione di nuovi impianti più compatti, tecnologicamente aggiornati e in grado di ospitare eventi di alto profilo è coerente con la strategia di Tokyo per consolidare la propria posizione tra le grandi capitali sportive globali, anche in ottica post-Olimpiadi.

Resta tuttavia aperto il tema del modello di sviluppo scelto. I critici sottolineano che esistono precedenti, in Giappone e nel mondo, di impianti storici ristrutturati senza demolizioni radicali, come nel caso del Koshien Stadium situato a Nishinomiya, oppure degli stadi storici americani come il Fenway Park di Boston o il Wrigley Field di Chicago. Questi esempi dimostrano che modernizzazione e conservazione non sono per forza in antitesi.

Il caso di Jingu Gaien, nel suo intreccio di sport, urbanistica e patrimonio, rappresenta oggi uno dei più significativi banchi di prova per il futuro della progettazione sportiva integrata. La sfida non è solo tecnica: riguarda il modo in cui le città scelgono di evolversi, il valore che attribuiscono alla propria memoria e la qualità del rapporto tra impianti sportivi, spazio pubblico e comunità. È una partita ancora aperta.