Palasport di San Siro: il gigante scomparso

Un impianto che è durato solo nove anni, nato tra le polemiche nello stesso momento in cui nasceva la testata TSPORT (che ne parlò sul primo numero del 1976), e demolito dopo che la nevicata storica del 1985 ne fece crollare le strutture di copertura. Ecco la storia raccontata da Francesco Mecucci.

Pubblicazione cartacea su: Tsport 368
Foto pubblicata da Società Italiana Condotte d’Acqua, l’impresa costruttrice dell’epoca.

Per nove anni, dal 1976 al 1985, San Siro non è stato un nome familiare soltanto agli appassionati di calcio, ma anche a quelli di pallacanestro e di altre discipline meno popolari.

Infatti a Milano, oltre allo stadio di Inter e Milan, esisteva anche il Palasport di San Siro, che sorgeva imponente accanto al “Giuseppe Meazza”. Era un impianto enorme, situato tra Via Federico Tesio e Via Patroclo, dove oggi ci sono il Parco dei Capitani e una stazione della metropolitana. Occupava una superficie di 21.000 metri quadrati e poteva arrivare a contenere fino a 18.000 spettatori.

Per le sue imponenti dimensioni, i milanesi erano soliti chiamarlo il “Palazzone”. Era attrezzato per ospitare discipline che richiedono ampie strutture, come atletica indoor (fu sede degli Europei 1978 e 1982) e ciclismo su pista. Inoltre, qui erano di casa concerti e manifestazioni di vario genere, tra cui le uniche date italiane dei Queen il 14 e 15 settembre 1984. Insomma, era un posto frequentato spesso da migliaia di persone.

27 maggio 1984, Olimpia Milano vs. Virtus Bologna (foto Natale Chirulli via Wikipedia).

Per quanto riguarda il basket, sport per cui è principalmente ricordato, la squadra più blasonata del paese, l’Olimpia Milano, ma anche l’allora Pallacanestro Milano 1958 (meglio nota con i nomi commerciali di All’Onestà e Xerox), trasferivano le partite di cartello nel Palazzetto dello Sport di Milano, denominazione ufficiale dell’impianto. Anche le stelle NBA si esibirono a San Siro. Prima, il 5 settembre 1981, una formazione All-Star con campioni quali Julius Erving e Moses Malone affrontò l’Olimpia; poi nel 1984 arrivarono i New Jersey Nets e i Phoenix Suns in un torneo con Milano, Varese e Virtus.

Il Palasport di San Siro era, in ordine cronologico, il terzo palazzetto di Milano. Il primo fu il PalaFiera, risalente al 1933, somigliante più a un teatro, con palchi anziché tribune. Quindi il PalaLido, oggi completamente rinnovato e ribattezzato Allianz Cloud, ultimato nel 1961 e campo dell’Olimpia per le gare ordinarie. E poi arrivò il “Palazzone”, i cui lavori iniziarono nel 1970 per concludersi sei anni dopo. Forse nessuno avrebbe mai pensato che la sua esistenza sarebbe durata meno di un decennio. Sicuramente non Adriano Rodoni, milanese, vicepresidente del CONI e presidente della Federazione Ciclistica Italiana, fervente sostenitore di un grande impianto per gli sport al coperto, avendo già intuito i limiti del PalaLido. Fu proprio il CONI a finanziare il nuovo palazzo, che il Comune di Milano pretese vicino allo stadio per intercettare gli appassionati del calcio.

La prima idea di un palasport da 15.000 posti risale al 1953, con un progetto dal costo iniziale di 700 milioni di lire, che negli anni successivi lievitò oltre i 2 miliardi. Il concorso vero e proprio arrivò nel 1968 e fu vinto dallo studio Valle di Roma, condotto dall’ingegnere Gilberto Valle e dall’architetto Tommaso Valle, due figure che fino ad allora non avevano mai lavorato nell’impiantistica sportiva ma che potevano contare su forti introduzioni nell’ambiente politico.

Due immagini del Palasport in costruzione provenienti dalla ETH-Bibliotek di Zurigo, diffuse con licenza Creative Commons (foto Christof Sonderegger).

Il cantiere, che richiese 27.000 metri cubi di calcestruzzo, 4.000 tonnellate di acciaio e 6.000 metri quadri di vetro, procedette tra continui rallentamenti, in gran parte dovuti a modifiche progettuali. Infatti, l’influenza di Rodoni aveva fatto sì che il disegno iniziale si concentrasse sul velodromo, mentre fin da subito emerse l’esigenza di adeguare la struttura anche ad altre discipline. Al termine, la somma spesa fu intorno ai 9 miliardi di lire, quando il preventivo originario non arrivava a 3.

La prima attività in assoluto ospitata nel “Palazzone” fu un meeting di atletica a porte chiuse, il 10 gennaio 1976, con Pietro Mennea tra i partecipanti. L’apertura ufficiale avvenne il 31 gennaio con una diretta tv condotta da Mike Bongiorno. Primo appuntamento sportivo ufficiale la Sei Giorni di Milano, manifestazione ciclistica che occupò l’impianto dal 14 al 29 febbraio.

A pianta ellittica con assi di 144 e 146 metri, senza colonne intermedie e con una volta a luce unica di 140 metri, il palazzo era costituito da una struttura in cemento armato con 24 ingressi e “curve” sopraelevate per la presenza della pista ciclistica in legno, lunga 250 metri e larga 7. Era dotato, inoltre, di una pista di atletica in tartan da 4 corsie, di un’altra da 6 per le gare di velocità, delle attrezzature per salto in alto, con l’asta, in lungo e triplo e getto del peso e del campo da basket e pallavolo in parquet. Un’arena multifunzionale che per certi versi, all’epoca, era all’avanguardia, nonostante le numerose critiche che attirò per i costi di gestione, naturalmente elevati per un colosso del genere, e l’assenza di alcuni comfort essenziali come l’aria condizionata. Inoltre, per pallacanestro e volley, la distanza degli spettatori dal rettangolo di gioco era notevole.

L’articolo pubblicato sul primo numero di TSPORT con le critiche del momento al nuovo Palasport.

L’ingegner Giorgio Romaro, per lo studio Valle, si occupò dell’ardita copertura concava che si estendeva per 15.500 metri quadrati e che valse al Palasport di San Siro il premio europeo della Convenzione Europea per le Costruzioni Metalliche (CECM) per il 1976.

Interno del Palasport (pubblico dominio, autore ignoto).

Dalla suddetta ossatura in cemento armato si innalzavano 38 cavalletti a sostegno delle gradinate prefabbricate e, attraverso coppie di mensole metalliche, il particolare scheletro perimetrale del tetto. Questo era delimitato da una grande trave scatolare color arancio, sempre metallica, a cui era assicurata la copertura tramite cavi d’acciaio, secondo la tecnica della tensostruttura reticolare. La sua configurazione era quella di un paraboloide iperbolico, una sorta di “ottovolante”.

Nelle primissime ore del 17 gennaio 1985, esattamente alle 1.35, la vita del Palazzetto dello Sport di Milano si spezzò bruscamente. In seguito a un’epocale nevicata, il deposito di un’assurda quantità di neve ghiacciata causò il collasso della tensostruttura che sosteneva il tetto, il quale si abbassò di alcuni metri. Nonostante il danneggiamento, continuò a sopportare il carico (una coltre spessa fino a un metro, per un peso di 800 tonnellate) e non rovinò a terra.

Il giorno precedente si era fatalmente deciso di gettare acqua calda sul tetto per sciogliere il manto ghiacciato, oltre che di alzare al massimo la temperatura interna. Ma i canali di scolo erano ostruiti dal ghiaccio e le temperature sotto zero solidificarono l’acqua in aggiunta, aumentando ulteriormente il peso. I tecnici non riuscirono a trovare una soluzione efficace per alleggerire il tutto. Fu stimato che sulla parte centrale del tetto insistesse un carico di oltre 500 kg per metro quadrato, circa 10 volte in più rispetto ai parametri di progetto.

Interno del Palasport dopo il cedimento della copertura (autore ignoto).

Le funi, già al limite, quella notte cedettero, pur senza spezzarsi. Data l’ora, non ci furono vittime. L’impianto venne allagato da una valanga di acqua e ghiaccio. L’ultima partita di basket disputata a San Siro, il 15 gennaio, era stata Olimpia Milano-Stade Français 108-94 di Coppa Korac. Invece, l’ultima squadra in assoluto a entrarvi fu l’Inter di calcio, che il 16 gennaio, dunque poche ore prima del crollo, vi aveva svolto un allenamento al coperto, in quanto la neve aveva reso inagibili i campi di Appiano Gentile.

Tra polemiche e progetti evanescenti, la ricostruzione non partì mai e il palazzo rimase abbandonato, fino alla definitiva demolizione nel 1988.

Il 30 gennaio 1985, pochi giorni dopo il disastro, morì Adriano Rodoni, il maggior promotore della sua costruzione. Sia CONI che Comune di Milano persero interesse per l’impianto, tanto che si preferì una soluzione “tampone” nel quartiere Lampugnano, dove venne innalzato in fretta il PalaTrussardi, poi PalaSharp, a sua volta dismesso dal 2011. Nel 1990 arrivò il Forum di Assago a seppellire qualsiasi velleità di rivedere un’arena indoor accanto allo stadio “Meazza”.

Del Palasport di San Siro rimangono alcune apparizioni in vecchi film come le commedie “Eccezzziunale… veramente” con Diego Abatantuono ed “Ecco noi per esempio…” con Adriano Celentano e Renato Pozzetto. Oppure nei polizieschi di Umberto Lenzi “Milano odia: la polizia non può sparare”, “Milano rovente” e “L’uomo della strada fa giustizia”. In “Tutto a posto e niente in ordine” di Lina Wertmüller, infine, una scena è girata all’interno dell’edificio in costruzione, mostrando il reticolo di cavi d’acciaio della copertura, una soluzione architettonica che, al di là di tutto, costituiva il fascino del “Palazzone” meneghino.