Il ritorno dell’Open d’Italia al Circolo Golf Torino

Con almeno 5mila presenze nella sola giornata finale di gare, e un seguito di pubblico crescente lungo tutta la settimana, il ritorno dell’Open d’Italia di golf sui green di Torino è stato un successo sia per gli appassionati che per l’idea organizzativa che ha modellato l’allestimento e la gestione del torneo.

Patrick Reed all’Open d’Italia 2026 (Foto Cunazza)

Fondato nel 1925, inserito nel circuito dello European Tour dal 1972, e arrivato quest’anno all’83esima edizione, il DS Automobiles Open d’Italia ha ritrovato il Piemonte dopo 12 anni, andando in scena allo storico Circolo Golf Torino dal 25 al 28 Giugno, all’interno del grande complesso del Parco Regionale de La Mandria.

Era il 2014 quando proprio il Circolo Golf Torino aveva ospitato l’ultima edizione piemontese – seconda consecutiva oltre a quella del 1999, e successiva ai tre anni giocati al vicino Royal Park I Roveri. Per questa edizione 2026 il filo conduttore del torneo è stato quello di unire la storicità della location con un evento del tutto nuovo negli allestimenti degli spazi e nel branding, pensando ancora di più al coinvolgimento del pubblico e alla gestione sostenibile.

Il Circolo Golf Torino: cenni di storia e architettura

Il percorso giocato è stato il “percorso Blu” (uno dei due course del Circolo, insieme al “Giallo”) con un par 71 per la carta. Fu disegnato da John S. F. Morrison nel 1956 e ripensato da Graham Cooke alla vigilia dell’edizione del 1999, ed è inserito nella tipologia “campo parkland”, categoria che indica i percorsi di golf collocati nell’entroterra e immersi in un contesto alberato e lussureggiante.

Dalla sua fondazione, nel 1920, il Circolo Golf Torino (che ha festeggiato i 100 anni di storia nel 2024, a un secolo dall’affiliazione ufficiale alla Federazione italiana) ha attraversato passaggi e tappe che ne hanno fatto una vera istituzione per lo sport cittadino. La location all’interno del Parco de La Mandria racconta però solo in parte quella che è stata l’evoluzione del circolo, e della stessa diffusione del golf a Torino.

Oggi è il circolo più titolato d’Italia (grazie anche ai trofei internazionali vinti dai fratelli Edoardo e Francesco Molinari, che qui sono cresciuti e hanno disputato l’Open, oltre a essere gli attuali vice-capitani del team Europe di Ryder Cup). Ma fino agli anni ‘50 il Golf Torino era stato un’entità quasi itinerante, passando dalla prima sede nei pressi di San Maurizio Canavese (1920-1927), a nord della città, alle 9 buche in condivisione con l’ippodromo del Trotter nel quartiere Mirafiori (zona sud), fino a un campo ricavato su terrazzamenti al Colle della Maddalena.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, finalmente, nel 1956 si inaugurò la sede all’interno del Parco de La Mandria: una Clubhouse sui generis, concepita come una vera e propria villa di campagna, con spazi interni più vicini a un’idea abitativa che alle esigenze di un circolo sportivo. Il progetto fu dell’architetto fiorentino Pier Niccolò Berardi (1904-1989), non un caso dato che lo stesso nei suoi anni universitari si era laureato con una tesi di progetto per un circolo di golf sul Lago Maggiore.

E gli spazi della Clubhouse, anche 70 anni dopo, risultano davvero un accogliente e intimo rifugio da cui guardare il golf all’esterno, avvolti dalla calma del salone principale tra il camino centrale, le ampie finestre e le eleganti poltrone per conversare, in una piacevole sospensione fra il gusto italiano e alcuni dettagli che richiamano i cottage inglesi.

 

 

Con l’occasione dell’83esimo Open d’Italia, la Clubhouse è diventata il centro dello sviluppo logistico del torneo, compresa com’è fra il campo pratica da un lato, il tee di partenza della buca-1, la veranda e la grande piscina che porta verso il green della 18, gli spogliatoi per i giocatori e il rapporto con l’altro edificio che segna la storia del circolo: la Cascina Risera Vecchia. Splendido esempio di cascinale a due piani, segnato dall’affascinante edera rampicante sulle pareti laterali e disposto su una pianta a ferro di cavallo con ampio porticato, accoglie – e così è stato anche nei giorni del torneo – il locale di ricovero delle sacche, il parcheggio dei golf-cart, lo shop e gli uffici.

Il rapporto fra la Cascina e la Clubhouse, con il viale che vi passa in mezzo, dal cancello d’ingresso conduce verso la buca-18, ha così amplificato l’opportunità di ottimizzare lo sviluppo dei percorsi per pubblico e giocatori, andando a proseguire la linearità dei blocchi costruiti con gli allestimenti aggiuntivi per l’Open, rendendo il tutto efficace e intuitivo per gli spostamenti al seguito delle gare.

 

L’allestimento per l’Open – il progetto e gli spazi

Come per le edizioni 2013 e 2014, Federgolf si è affidata ad Area62, studio milanese specializzato nella progettazione e nell’allestimento dei grandi spazi per eventi, e in particolare all’arch. Stefania Malaffo, che abbiamo incontrato nei giorni del torneo e con cui abbiamo avuto modo di approfondire l’idea di progetto e le novità messe in pratica per il 2026.

Già coinvolti anche nelle edizioni dell’Open disputate al Golf Club Milano di Monza (2015, 2016 e 2017), l’esperienza di Area62 è servita come base sulla quale implementare una serie di novità e di idee che la Federazione ha voluto concretizzare per innalzare il livello del torneo e il grado di coinvolgimento del pubblico.

 

 

Il percorso progettuale era iniziato a Novembre 2025, di concerto con DP World Tour, Federgolf, Circolo Golf Torino e i main sponsor coinvolti, ed è culminato in un cantiere con tempi da record: appena 38 giorni di lavoro per costruire e allestire le strutture all’interno del circolo, rimasto sempre aperto durante i cantieri, superando difficoltà logistiche rilevanti come l’impossibilità di far entrare mezzi pesanti per il trasporto dei materiali, affidandosi invece a trasferimenti a mano e gru.

L’obiettivo del progetto era riuscire ad adeguarsi in modo naturale alla realtà architettonica e paesaggistica del circolo, trovando al contempo soluzioni esteticamente caratterizzanti, in grado di dare una linea comunicativa e logistica chiara ed efficace. Da qui la scelta del colore rosso, riconoscibile e forte sia per il branding del torneo che per il rapporto con il verde dei campi, accentuato dai parallelepipedi che si sono allungati per ricavare la Fan Zone, l’area Hospitality e la tribuna attorno alla buca-18.

Interessante in questo sento è proprio il paragone con l’ultima edizione giocata al Circolo Golf Torino nel 2014, che ci parla di un evento evolutosi nel tempo e che per questo 2026 ha manifestato la volontà di fare un salto di qualità anche in prospettiva futura. L’edizione torinese è infatti stata il banco di prova per mettere in pratica un generale slancio comunicativo per l’Open italiano, puntando su un rapporto ancora più stretto con gli appassionati e una riconoscibilità chiara sulla ribalta internazionale, e gli spazi allestiti sono più che raddoppiati, con una mission più forte e definita negli obiettivi.

 

 

La Fan Zone ha raggiunto 1.900 mq totali (550mq di spazi coperti), lavorando su un concetto di “piazza” attorno cui sviluppare i 20 stand, stimolando socialità e coinvolgimento per gli appassionati e gli accompagnatori. La piazza, con una serie di blocchi che hanno abbracciato l’area aperta al centro, è stata anche segnata da blocchi puntuali sviluppati in verticale: delle vere e proprio “torri”, fondamentali nel concetto progettuale di avere pochi ma fondamentali elementi di riferimento per il pubblico, in un ideale richiamo ai tradizionali simboli delle città italiane (il campanile, la torre comunale, ecc).

L’aggiunta del palco per eventi e interviste live – nonostante la vicinanza al tee della buca-10 che ha consigliato una programmazione serale per non creare troppo disturbo al gioco – e lo stand del progetto GolfPop sono stati ulteriori scelte che la Federazione ha voluto inserire nel villaggio commerciale per andare nella direzione di aprirsi e diffondersi ancor di più a livello popolare.

L’altra sfida che racconta di un salto di qualità rispetto allo stesso torneo del 2014 è stato l’allestimento dell’Hospitality. Oltre a replicare il braccio laterale al fairway di arrivo della 18, si è deciso di raddoppiare lo spunto progettuale, andando ad avvolgere il green della buca e realizzando così un ideale anfiteatro a balconata sul campo (concetton ripreso dagli allestimenti delle edizioni di Monza e dagli esempi esteri).

 

Con 1.000 mq di spazi coperti, e un doppio affaccio che sul lato opposto ha permesso di vedere anche il green della buca-6 e il tee della 7, l’area Hospitality è diventata così l’elemento scenico che ha fatto da fondale – anche televisivo – alla conclusione del percorso alla buca-18, anche qui con una torre a spiccare e segnare l’importanza del luogo, in questo caso in un interessante rapporto studiato con l’alto pino del Circolo già presente a bordo campo.

In totale, gli allestimenti per l’83esimo Open d’Italia hanno raggiunto i 3.700mq circa di spazi coperti, che salgono a 6.800mq considerando pedane, percorsi e terrazzamenti. Tutte le strutture sono state realizzate in veste provvisoria (prediligendo il legno come materiale principale), da rimuovere completamente a fine torneo senza lasciare alcuna traccia. Infine, il progetto dell’evento ha incluso anche la previsione di un’operazione di ripristino del verde ove necessario, per far tornare tutti gli spazi naturali del Circolo alla situazione pre-Open.