Reportage Autodromi: Intervista a Jarno Zaffelli
Founder e CEO di Studio Dromo

Dromo è una realtà specializzata nella progettazione avanzata e nell’analisi delle infrastrutture per il motorsport, attiva su circuiti esistenti e nuovi impianti a livello internazionale. Il loro lavoro si concentra sul cuore tecnico dell’autodromo: la geometria della pista, la gestione delle velocità, la sicurezza e l’interazione tra layout, superfici e normative internazionali FIA e FIM. Attraverso l’uso di analisi avanzate e simulazioni, lo studio Dromo affronta il progetto del circuito come un sistema dinamico, in cui prestazione, controllo del rischio e omologazione sono parti inseparabili dello stesso processo. Ce ne parla Jarno Zaffelli, Founder e CEO di Studio Dromo.

Pubblicazione cartacea su: Tsport 370
Circuito di Sepang (Indonesia).
  • Dromo è oggi coinvolto in progetti su circuiti molto diversi tra loro, in Italia e all’estero. Come definireste il vostro ruolo nel processo di progettazione e aggiornamento di un autodromo?

Dromo non nasce come studio “di servizio” al sistema esistente, ma come realtà di ricerca applicata al motorsport. Questo implica anche un posizionamento preciso: non operiamo come struttura di supporto a modelli consolidati, ma come soggetto che contribuisce a evolvere il modo stesso in cui i circuiti vengono progettati, gestiti e mantenuti. Il nostro ruolo non è semplicemente progettare tracciati, ma costruire infrastrutture ad alte prestazioni che funzionino nel tempo. Un autodromo, infatti, non è un oggetto statico: è un’infrastruttura che cambia con l’uso, con l’evoluzione dei veicoli, con i regolamenti e con le aspettative di chi la vive. Per questo consideriamo un autodromo come un sistema complesso, in cui entrano in gioco geometria, superfici, sicurezza, gestione operativa, manutenzione, esperienza del pilota e del pubblico. Noi lavoriamo su questo sistema nel suo insieme, e soprattutto ci assumiamo la responsabilità del comportamento reale dell’impianto, non solo della sua conformità formale.

  • Negli ultimi anni il ruolo del progettista di circuiti si è fatto più complesso. Quali sono i cambiamenti più significativi?

I cambiamenti più significativi riguardano il fatto che oggi un circuito deve rispondere contemporaneamente a esigenze tecniche, sportive, normative, commerciali e ambientali. Da un lato, i regolamenti sono diventati più articolati e più stringenti, soprattutto in termini di sicurezza e gestione del rischio. Ma dall’altro, anche le aspettative di piloti, team e pubblico sono cresciute: la pista deve essere più emozionante, più leggibile, più fluida, e allo stesso tempo più sicura. Inoltre, si è imposto il tema della sostenibilità: non solo ambientale, ma anche economica e gestionale.

Oggi un autodromo deve poter funzionare in modo efficiente, deve mantenere prestazioni costanti nel tempo, e deve offrire un’esperienza coerente in tutte le condizioni operative. Infine, è cambiato anche il modo di progettare: oggi non basta più il disegno geometrico. Servono simulazioni, analisi dei dati, strumenti predittivi e un approccio sistemico, perché l’impianto deve essere progettato per comportarsi correttamente, non solo per essere a norma. In questo contesto, un approccio basato su interventi correttivi o su adattamenti successivi mostra rapidamente i propri limiti. Oggi è necessario lavorare a monte, sul comportamento del sistema, non a valle sugli effetti.

  • Spesso si parla di un difficile equilibrio tra sicurezza e sportività. Voi come lo affrontate?

Noi non crediamo nell’idea di un equilibrio tra due poli opposti. Sicurezza e sportività non sono elementi da bilanciare: sono due dimensioni che devono essere integrate attraverso una progettazione intelligente. La sportività nasce dalla qualità della traiettoria, dal ritmo, dalla possibilità di sorpasso, dalla lettura del tracciato. La sicurezza nasce dalla gestione dell’errore: dalla capacità dell’infrastruttura di assorbire deviazioni, limitare conseguenze, proteggere piloti e pubblico. Queste due cose devono convivere nello stesso progetto. La chiave sta nell’anticipare il comportamento reale dell’impianto. Non basta aumentare le vie di fuga o aggiungere barriere: bisogna capire come e dove un pilota può sbagliare, e progettare la pista perché l’errore sia gestibile senza annullare la dinamica sportiva. Per questo lavoriamo molto sulla previsione: con modelli, dati, simulazioni, e anche con esperienza diretta. Il risultato deve essere un circuito che rimane “vivo” e interessante, ma che riduce drasticamente le conseguenze degli errori. Questo è il punto in cui si riconosce un vero progetto: non nella quantità di dispositivi aggiunti, ma nella capacità di far funzionare il sistema nel suo insieme.

Il kartodromo annesso al circuito di San Martino del Lago (Cremona).

  • Un autodromo è anche un’infrastruttura che deve durare e funzionare nel tempo. Quanto pesa oggi la manutenzione nella progettazione?

Pesa moltissimo. Un circuito non è un progetto che finisce con l’inaugurazione: è un’infrastruttura che deve mantenere prestazioni, sicurezza e qualità per anni, in condizioni di uso intenso e variabile. Per questo la manutenzione non è un tema successivo, ma è una variabile di progetto.

Progettare un impianto pensando solo all’evento, o solo alla conformità normativa, significa ignorare ciò che accade dopo: degrado delle superfici, interventi ripetuti, perdita di prestazione, costi crescenti, difficoltà operative. Noi cerchiamo di progettare per la durabilità: scegliendo

materiali, soluzioni costruttive e dettagli che riducano l’incertezza e che rendano l’impianto più stabile. Non si tratta solo di resistenza, ma di comportamento nel tempo. Inoltre, la manutenzione deve essere gestibile: un autodromo deve poter intervenire in modo rapido, localizzato e pianificabile. Questo richiede che la progettazione sia già orientata alla gestione dell’impianto. In questo senso, la manutenzione diventa anche un indicatore della qualità del progetto: un’infrastruttura che richiede interventi frequenti non è solo più costosa, ma è stata progettata male.

DroCAS™ – probabilità e vie di fuga – Analisi probabilistica delle cadute e dimensionamento delle vie di fuga: la sicurezza progettata a partire dal comportamento reale dei piloti e dei veicoli. ©studiodromo.it
  • Il tema della sostenibilità è entrato anche nel mondo dei circuiti. Come lo interpretate?

La sostenibilità, per noi, non è un capitolo “aggiuntivo”. È un criterio trasversale che riguarda l’intero ciclo di vita dell’impianto. Sostenibile significa prima di tutto efficiente. Un circuito che consuma risorse inutilmente, che richiede manutenzioni continue, che perde prestazione e deve essere rifatto spesso, non è sostenibile. Per questo, la sostenibilità reale non è aggiungere tecnologie, ma ridurre la necessità di intervenire nel tempo. Poi c’è l’aspetto ambientale vero e proprio: gestione delle acque, superfici drenanti, riduzione delle isole di calore, materiali, energia. Ma questi aspetti devono essere integrati nel progetto senza compromettere le prestazioni sportive e di sicurezza. Infine c’è la sostenibilità economica: un autodromo deve essere un sistema che funziona, che genera valore, che può essere utilizzato in modo flessibile e continuo. Per questo la sostenibilità non è una scelta estetica o comunicativa, ma un obiettivo tecnico, operativo e strategico.

2D vs 3D – progettazione tridimensionale – Dal layout 2D alla superficie tridimensionale: la qualità di un circuito si costruisce specialmente nelle scelte del progettista nella geometria continua, non nella sola planimetria.
© studiodromo.it
  • Qual è, secondo voi, la direzione futura della progettazione di circuiti?

La direzione futura è quella di una progettazione sempre più predittiva e responsabile. Predittiva perché non possiamo più permetterci progetti basati solo su geometrie e regole statiche: dobbiamo simulare, misurare e anticipare. Responsabile perché il progettista non può limitarsi a “soddisfare un requisito”: deve assumersi la responsabilità del comportamento reale dell’infrastruttura. In questo scenario, la differenza non sarà tra chi sa progettare una pista, ma tra chi sa governare un’infrastruttura nel tempo. Inoltre, vedo un’evoluzione verso circuiti più flessibili, più multifunzionali, più integrati nel territorio, capaci di ospitare eventi diversi e di funzionare anche fuori dal calendario racing. Infine, credo che il futuro sarà sempre più legato ai dati: monitoraggio delle prestazioni, manutenzione predittiva, analisi del comportamento del traffico in pista, gestione in tempo reale. Un circuito non sarà più solo una pista, ma un sistema intelligente.

 

  • State lavorando anche a progetti internazionali. C’è un esempio che sintetizza questo approccio?

Sì, il progetto di Madrid (foto a destra) è un esempio che sintetizza bene il nostro approccio. Si tratta di un circuito urbano temporaneo che richiede prestazioni da Formula 1, ma inserito in un contesto complesso: con vincoli urbani, infrastrutture esistenti, aspettative altissime e un ambiente che deve essere controllato in modo rigoroso. In un progetto così, la differenza non la fa la capacità di disegnare un tracciato, ma la capacità di costruire un sistema funzionante: in cui la pista, le barriere, le vie di fuga, la logistica, la gestione dell’evento e la durabilità temporanea siano coerenti tra loro. È un progetto che mette insieme sportività, sicurezza, efficienza e capacità operativa. Madrid non è stato pensato per “funzionare una volta”, ma per funzionare bene nel tempo, fin dal primo giorno. Questo è oggi il vero significato di progettare un autodromo, ed è su questo terreno che si giocherà la differenza nei prossimi anni.

 

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