Lo spettacolo realizzato sul parterre dello stadio milanese per l’apertura delle Olimpiadi Invernali ha suscitato emozione e ammirazione, tanto da fare riemergere una domanda che sembrava ormai superata: ma è proprio necessario eliminare questo impianto e con lui la sua storia? Antonio Cunazza ci mette di fronte a quanto è stato fatto, al cospetto di stadi-monumento, negli altri Paesi europei.
Stadio Meazza: attualità, futuro e opportunità

La cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali 2026 allo Stadio Meazza di Milano (foto Grindstone Media Group).
Mentre la sera del 6 febbraio andava in scena la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026, la platea mondiale assisteva a un percorso attraverso la storia dell’estetica, dell’arte e del design italiano, in un susseguirsi di momenti musicali e scenografici racchiusi in uno scenario monumentale, lo stadio Meazza in San Siro.
È stata l’ennesima occasione della storia moderna del nostro Paese in cui l’impianto milanese ha vestito i panni di protagonista e di testimone del passaggio degli eventi chiave dello sport contemporaneo, e ancora una volta è stato perfettamente in grado di assolvere a questo compito, con la sua architettura così rude e imponente ma anche così adatta alle necessità sempre in divenire degli show attuali abbinati allo sport.
Il ruolo di ambasciatore e di simbolo della nostra storia dell’architettura moderna è stato confermato anche dalla presenza del suo profilo disegnato insieme a quelli del Duomo di Milano, dell’Arco della Pace e del Campanile di Cortina d’Ampezzo, nella grafica di accompagnamento della RAI a ogni intermezzo fra le gare o approfondimento tv.

Viene naturale chiedersi se sia davvero necessario sostituire questo stadio, cancellandolo come un oggetto ormai mal funzionante o poco adatto ai tempi che viviamo (e che sembra corrano più veloci di lui). L’apparente ineluttabilità della decisione di demolirlo si scontra con la continua celebrazione del suo “esserci”, ogni volta che si giocano gare ufficiali nel campionato italiano o nelle competizioni internazionali.
Ma sappiamo anche quanto sia complesso il ragionamento sul futuro di un’architettura molto stratificata, che vive di compromessi strutturali e di contraddizioni in termini: se le torri perimetrali sono una delle cifre simboliche dello stadio, sono anche molto recenti e non tutelate dal vincolo legislativo; per contro, il primo anello è una porzione di stadio che andrebbe certamente rivista ma è esattamente una delle parti dell’impianto che sono sotto vincolo e derivano dall’edificio originale.
Certo, in un Paese che non ha mai portato la tutela architettonica su un dibattito culturale articolato e approfondito – ma piuttosto verso una rigida scelta fra conservazione museale a cielo aperto o cancellazione dell’esistente (anche per delicate questioni di selezione fra epoche più o meno “da ricordare”) – ancor più trattandosi di cose del primo Novecento, era difficile aspettarsi una valutazione coerente sul Meazza, considerando anche l’influenza mediatica della narrazione proposta da Inter e Milan.
Allo stesso tempo, però, l’ampia discussione sul destino dello stadio milanese ha spesso chiamato in causa esempi esteri a cui fare riferimento, in cui il nuovo aveva sostituito il vecchio con più facilità. A questo proposito è utile invece chiarire che nel panorama del calcio europeo il ventaglio di soluzioni è estremamente eterogeneo e non esiste un “modo” giusto di affrontare la questione.
Wembley è certamente l’esempio principe che viene considerato come confronto a favore di un nuovo San Siro. Ma va ricordato che l’unico elemento sottoposto a vincolo nello stadio nazionale inglese erano le due torri monumentali esterne, e che si fece di tutto per cercare di includerle nel progetto del nuovo impianto – anche proponendo soluzioni bizzarre e fuori scala – per poi, come ultima ratio, decidere per la demolizione di fronte all’impossibilità di percorrere qualunque altra strada ragionevole.


Lo stadio Vicente Calderòn a Madrid: a sinistra una foto del 2017 (foto Diario de Madrid), a destra la demolizione nel 2020 (foto Snooze123).
Se il Vicente Calderon è stato demolito totalmente, è anche vero che l’Atletico Madrid si è spostato nel nuovo Metropolitano, che altro non è che il completamento di un impianto del 1992, con la giustapposizione di un catino di gradinate contemporaneo all’unica tribuna già esistente. Mentre Barcellona e Real Madrid hanno deciso di trasformare i propri stadi (per grandezza, loro sì paragonabili a San Siro), ma non di demolirli e sostituirli.


Lo stadio Luzniki di Mosca, in una panoramica notturna (foto Kipish_fon) e durante i lavori del 2015 (foto KVentz).
A ben vedere, la tutela dei grandi stadi storici in Europa è molto più presente di quanto non si voglia far credere. Lione (Gerland), Berlino (Olympiastadion), Mosca (Luzhniki), Glasgow (Ibrox), Londra (Fulham), per arrivare fino ai nostri esempi di Bergamo e Udine, e all’eccellente lavoro di contrasto antico-moderno nel rinnovato stadio di Tirana (Albania).

Tutti questi stadi hanno in comune un valore storico-architettonico riconosciuto nel registro dei Beni Culturali nazionali, e sono stati – in tempi diversi – rinnovati, con operazioni di integrazione che hanno sempre salvaguardato la porzione più importante dell’edificio originale, avendo cura di uniformarla a una nuova preponderante parte contemporanea, in armonia con l’esistente ma perfettamente leggibile dal visitatore.
Certamente, per contro ci sono i numerosi casi inglesi come Liverpool (Anfield), Manchester (Old Trafford), Londra (Chelsea), Birmingham (Aston Villa). Stadi che consideriamo come centenari ma in cui realmente solo il campo da gioco è ancora lo stesso di inizio Novecento, mentre le tribune intorno sono state nel tempo sostituite pezzo per pezzo e continuamente trasformate.


Per arrivare al caso di Highbury (Londra, Arsenal FC), talmente eccezionale da non essere replicabile: un caso di rigenerazione urbana risolto con progetto di “ricucitura” che portò a salvaguardare effettivamente soltanto la parete esterna della Tribuna Est (in stile Art déco, posta sotto vincolo di tutela dall’English Heritage), insieme alla hall d’ingresso, a cui fu addossato il blocco residenziale di nuovo costruzione, ottenendo un complesso condominiale che in tutto e per tutto replica i volumi e l’immagine dello storico stadio.
Ogni progetto fra quelli accennati qui porta con sé un evidente ragionamento culturale, che sarebbe dovuto essere alla base anche del dibattito per Milano: che valore ha l’architettura del Meazza per la cultura moderna del nostro Paese? Quanto è importante salvaguardare una testimonianza tangibile di questo edificio, come segno (più unico che raro) di un’eccezionale tratto modernista che incontra l’ingegneria sportiva?
Queste sono le domande che avrebbero dovuto (e potuto) condurre la discussione su un piano più alto, costruttivo, rivolto al prendere consapevolezza che l’architettura del Novecento italiano ha già oggi un enorme valore, e non va data per scontato soltanto perché non ha (ancora) centinaia di anni di storia alle spalle come l’età antica, verso cui mostriamo naturalmente un maggior ossequio.
In un mondo dello sport iper-mediatico e frenetico, la cerimonia inaugurale di Milano-Cortina ci ha confermato che c’è una componente di solennità insostituibile, e ci ha ricordato ancora una volta che nessuno avrà mai più uno stadio come San Siro. Qualunque sia il suo destino, ognuno di noi sa di aver avuto il privilegio di vivere uno degli ultimi grandi monumenti del nostro tempo.
